Ragnatele è un viaggio a piedi nella geografia dello spopolamento appenninico, tra montagne minori e aree interne italiane, che si è sviluppato e concentrato in 4 zone in particolare: Emilia, Abruzzo, Campania e Calabria. Il paesaggio e i suoi abitanti ci hanno raccontato il mutare delle loro comunità e del loro rapporto con il territorio, nel costante susseguirsi di disastri, migrazioni, abbandoni e ricostruzioni. Pensiamo di aver raccolto degli appunti utili a comprendere le articolate dinamiche di queste zone, attraverso un viaggio che è andato alla scoperta non solo di una storia passata ma anche di un presente sospeso e di prospettive future.

Attraverso le tappe biografiche delle persone incontrate abbiamo ripercorso la storia recente di queste zone montane e del loro spopolamento, realtà composite e articolate ma con dei fili conduttori che le legano: ogni storia, ogni luogo, ogni personaggio si intreccia in una ragnatela in cui eventi e dinamiche simili uniscono territori anche molto distanti.
Pastori e tagliapietre raccontano la crisi dei mestieri tradizionali, di come si è evoluto il rapporto di queste comunità con le risorse e l’ambiente circostante e di come sia raro trovare oggi qualcuno che continui a trasmettere quei saperi e quelle conoscenze. Gli ultimi abitanti rivelano la difficoltà di rimanere a vivere in paesi svuotati dalle migrazioni che, dal secondo dopoguerra ad oggi, ne hanno mutato radicalmente la fisionomia. Loro hanno scelto di restare diventando, consapevoli o meno, custodi delle memorie di questi luoghi, tra contraddizioni e profondi legami. C’è un nesso molto potente individuo-luogo che caratterizza ciascuna comunità e che abbraccia storie, culture, religioni, affetti e simboli; comprenderlo diventa fondamentale per progettare scelte, decisioni e piani di sviluppo in queste zone interne.
Chi se ne è andato, invece, descrive quanto sia importante tornare nel proprio paese a distanza di decenni, anche per breve tempo: ogni abbandono conserva dei rimpianti e racconta di un’irresistibile voglia di altrove che si nasconde dietro ogni migrazione. Durante il secolo scorso le dinamiche interne a queste comunità si sono fatte sempre più insostenibili, mentre le seduzioni dell’esterno sono aumentate sempre di più, in una dinamica di repulsione/attrazione che perdura ancora oggi. Il senso di questi luoghi è qui e altrove, è rimasto su queste montagne ma si è anche e soprattutto spostato verso le città. Visioni interne e cambiamento esterno sono dimensioni che si intrecciano vicendevolmente in complessi ingranaggi di deprivazione culturale ed economica che interagiscono con le visioni locali del mutamento.

Non è stato un viaggio solo in paesi abbandonati, ma anche nei paesi ricostruiti dopo un disastro naturale, come in Irpinia e nel nord della Calabria dove questo tema è stato centrale nei nostri incontri. Chi abita nei doppi ricostruiti, in seguito a terremoti, frane e alluvioni, ci ha detto di come i nuovi luoghi dell’abitare siano carenti di sacralità, di memoria, e spesso periferie anonime, uguali, senza storia. Nei doppi queste comunità non sono in grado di riprodurre la loro economia e la loro cultura, avviando così processi di inevitabile disgregazione. Le montagne italiane, per quanto siano strutturalmente affette da questi mali, non hanno più gli strumenti per prevenirli e per curarsi: con lo spopolamento di questi luoghi si sono persi anche i ponti generazionali che consapevolizzavano le persone sui disastri. Tuttavia abbiamo incontrato anche ragazzi e ragazze che hanno scelto di avviare un percorso di recupero dei borghi abbandonati, restituendoli agli ex-abitanti e a chiunque voglia passarci, con l’obiettivo di tutelare il territorio e valorizzarlo attraverso un turismo sostenibile, consapevole e attento ai fragili equilibri naturali e culturali del territorio. Questi progetti di recupero seppur rari e di difficile attuazione, rappresentano le prospettive più interessanti per queste montagne e spesso, come nei casi da noi incontrati, vengono spinti da voglie e desideri personali di condurre un’altra vita, su differenti tempi e ritmi, con altri suoni e odori, difficilmente ritrovabili nelle città.

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Andare a piedi è diventata metafora di quel viaggio che hanno intrapreso le popolazioni di questi luoghi anni fa, ma in senso opposto e con intenti e strumenti diversi.
La stessa pratica del camminare ha rappresentato per noi una nuova e differente modalità di conoscenza, un potente mezzo di contaminazione, che amplia le prospettive e stimola la ricerca, instaura canali comunicativi inediti e induce inevitabilmente al dialogo e all’ascolto. Impone i propri tempi e i propri ritmi, provocando quasi una sensazione di spaesamento. Per poter cominciare a porre le nostre domande si deve prima soddisfare la curiosità altrui: chi siete? Dove andate? Perché siete qui? La lentezza del cammino produce anche un particolare sguardo sul territorio, te ne rende parte e permette di cogliere sfumature e particolari che la velocità trascura inevitabilmente. Genera per questo legami emotivi con paesaggi e abitanti, costruendo una particolare geografia interiore che eccede il viaggio e le sue rotte.

Pensavamo di fare un viaggio sul passato, ma ci siamo resi conto, ancora prima di poter tornare a casa, che i temi che avevamo incontrato appartengono alla quotidiana drammaticità della vita in montagna. Gli ultimi terremoti in Appennino e le ricostruzioni che seguiranno hanno riattualizzato le memorie che abbiamo raccolto durante il viaggio.
Seguendo il filo conduttore dell’abbandono abbiamo dunque colto le problematiche e le difficoltà di questi territori, cosa ha spinto a spopolarli, come hanno reagito comunità e istituzioni a catastrofi e disastri, quali opportunità e prospettive presenta ancora oggi la montagna. Ma abbiamo scoperto anche una potente relazione con il territorio con l’ambiente e le sue risorse, la necessità di ritrovare un rapporto sostenibile con quello che ci circonda, prendendocene cura e difendendolo. I saperi e le abitudini delle comunità montane rappresentano in questo senso non solo un passato distante e arcaico, ma un patrimonio da recuperare necessariamente, da cui partire per ripensare la vita non solo in queste zone così fragili, ma anche a livello globale. L’abbandono è pericoloso quando è provocato dalla disattenzione, dalla non conoscenza del proprio territorio che genera il mancato rispetto degli equilibri ambientali, prima considerati una risorsa preziosa. Questo succede perché non ci si occupa più collettivamente di quella montagna, non se ne ha più a cuore la salute e la riproducibilità, rendendo queste aree interne spazi ai margini in cui è lecito inquinare e speculare.
E’ possibile ridare voce alla montagna e ai suoi abitanti? E’ possibile recuperare le storie, i saperi e gli usi che l’hanno da sempre vissuta? E soprattutto, tutto questo può indicarci nuove vie per affrontare adeguatamente le fragilità delle zone montane? Queste sono le domande che ci siamo portati a casa al nostro ritorno, e che fanno da sfondo alle nostre produzioni.

Il viaggio ha inoltre rappresentato un momento di profonda riflessione per le nostre stesse esperienze. Abbiamo ritrovato nelle parole dei montanari, che sono emigrati o che sono rimasti, le motivazioni del nostro tentativo (da studenti fuori sede) di costruirci una vita altrove. I motivi per cui si lascia un posto non sono sempre consapevoli, a volte si parte perché si ha la sensazione che non si può più stare lì, che bisogna andare via per ricostruire stimoli e aspettative. Chiederlo ad altri è stato come richiederlo a noi stessi, un atto introspettivo per rompere i nostri non detti.

 

“Ragnatele” è un progetto vinictore del Bando FuoriRotta 2016
http://www.fuorirotta.org/progetti/ragnatele-un-viaggio-a-piedi-tra-i-paesi-abbandonati-dellappennino/